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Perché chiediamo tanto alla scuola e a chi insegna riconosciamo poco

di Giovanni Belardelli (Il Corriere della Sera, 28.08.2010)

Senza introdurre riconoscimenti e incentivi legati al merito sarà difficile restituire autorevolezza ai docenti.

Cosa pensa l’Italia — il mondo politico, l’opinione pubblica fatta anche, ovviamente, di milioni di genitori e studenti — dei propri insegnanti, appartenenti a una professione visibilmente sempre più in crisi come immagine sociale e identità collettiva? L’ormai prossimo inizio dell’anno scolastico dovrebbe indurre a interrogarci su una questione del genere.

Ma, nella realtà, poche cose sembrano suscitare in Italia uno scarso interesse come ciò che riguarda la scuola e gli insegnanti, nonostante le continue, ma retoriche, affermazioni sulla centralità dell’istruzione nel mondo globalizzato. L’opinione pubblica sembra poco interessata a discuterne forse perché sfiduciata dall’aver sentito richiamare troppe volte in passato l’elenco, apparentemente sempre uguale, dei problemi che affliggono il nostro sistema scolastico: gli alti costi (spendiamo per l’istruzione più della media Ocse) a fronte di risultati scarsi in termini di apprendimento, i forti squilibri regionali, la difficoltà a considerare il merito nelle carriere degli studenti, da un lato, e nella valutazione del lavoro degli insegnanti, dall’altro. Perfino su quest’ultimo punto su cui tutti si dicono d’accordo — l’introduzione di meccanismi retributivi che premino gli insegnanti migliori — quando qualche tentativo è stato fatto (da Berlinguer nel 1999, dal ministro Gelmini oggi) si è visto come l’accordo celasse spesso un’opposizione sostanziale.

Eppure, senza modificare il meccanismo di una carriera degli insegnanti basata solo sull’anzianità, senza introdurre riconoscimenti e incentivi legati al merito sarà difficile affrontare quello che è probabilmente uno dei maggiori problemi della scuola italiana, forse il principale visto che alla fine la scuola è ciò che la fanno essere i suoi insegnanti: la perdita di autorevolezza e prestigio di un corpo docente che si sente ogni anno meno motivato, in cui aumentano quanti accettano la propria professione soprattutto perché agli scarsi benefici economici e alla scarsa considerazione sociale corrisponde almeno la certezza del posto di lavoro.

È una crisi di prestigio sociale che ha avuto molte cause e molti responsabili, non esclusi gli stessi sindacati della scuola, che hanno contribuito a ridurre o quasi i problemi del corpo docente all’eterna questione dei precari. Il fatto stesso che una buona parte degli insegnanti siano entrati in ruolo dopo una lunga odissea da precari— fatta di sedi disagiate, di redditi incerti, di instabilità del posto di lavoro—ha inevitabilmente contribuito a incrinare il prestigio della categoria. Ma la perdita di status della professione è soprattutto il frutto delle trasformazioni che hanno investito il Paese nell’ultimo mezzo secolo. Ad esempio, con la crisi delle grandi agenzie di formazione— la Chiesa e la famiglia—che ancora cinquant’anni fa affiancavano la scuola italiana, quest’ultima si è trovata a dover sostenere un sovraccarico di richieste — quante volte abbiamo sentito dire che questo o quello è «responsabilità della scuola »? —alle quali difficilmente avrebbe potuto far fronte. In particolare, che si tratti del disinteresse dei giovani per la lettura o del mancato rispetto delle norme di comportamento, quante volte le famiglie non chiedono ormai alla scuola di ovviare alle proprie carenze?

Per di più, rispetto a qualche decennio fa è anche venuta a mancare quella figura dell’insegnante «gentiliano» che aveva caratterizzato le nostre scuole superiori ben dopo la caduta del fascismo. Un tale insegnante era circondato da prestigio e autorevolezza anche perché si sentiva, e come tale era riconosciuto dalla società circostante, membro di un ceto addetto alla conservazione/ trasmissione di una tradizione culturale. Era «gentiliano» anche se, come spesso accadeva, era politicamente di sinistra, ma di una sinistra che aveva appreso appunto da Gramsci (e da Gentile) ad apprezzare l’autorità e la tradizione. La rivoluzione culturale del ’68, la modernizzazione del Paese e mille altre cose ancora hanno portato alla scomparsa di quei professori dotati di forte prestigio sociale e, prima ancora, alla scomparsa delle certezze culturali in cui essi operavano. Non basterà certo introdurre nella retribuzione degli insegnanti una percentuale legata al merito per restituire autorevolezza alla loro professione. Ma se fossimo tutti più consapevoli di quanto il futuro del Paese dipenda anche dalla considerazione di cui gode il corpo docente, sarebbe già un primo, apprezzabile risultato.

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La lettera (Corriere della Sera, 01.09.2010)

Insegnanti «mamme» o «amiche», noi «gentiliane» sembriamo strambe

di Nadia Marchetti Laveno (Va)

Gentile Direttore, ho apprezzato l’articolo di Giovanni Belardelli (Corriere di venerdì) sulla crisi della scuola e dei docenti, che vivo dall’interno come insegnante di tedesco alle superiori. Spesso ci sentiamo soli, isolati, non solo perché il nostro lavoro è poco riconosciuto, ma anche perché all’interno della scuola in genere ci sono troppi conflitti e manca per così dire lo spirito di corpo, il fatto di essere una squadra; scuola quindi specchio di una società divisa, a volte con conseguenze negative per gli studenti… Non credo molto nella valutazione degli insegnanti attraverso esami che riconoscano il merito, perché anche nella scuola, come nella società, ci sono tante parrocchie e parrocchiette, con i rispettivi santi protettori, che non sono in cielo, ma sulla terra e spesso sono molto, molto influenti.

Vorrei precisare inoltre che il punteggio non dipende solo dall’anzianità di servizio, ma anche dal fatto di avere o meno dei figli (retaggio dell’epoca mussoliniana?): se non sbaglio, 4 punti ogni anno per i figli fino a 5 o 6 anni, 3 punti ogni anno fino al compimento dei 18 anni. Ma il ministro Gelmini non aveva detto che la scuola non è un ente assistenziale? Subito dopo i precari, sono stati gli insegnanti di ruolo single/senza figli le prime vittime della riforma; come mantenere l’entusiasmo dei primi tempi, se quello che si fa per migliorare e coinvolgere gli alunni non viene comunque riconosciuto? Scambi con l’estero, progetti europei, certificazioni, le famose visite di istruzione, dette comunemente «gite», progetti per gli studenti stranieri ecc. sono tutti extra miseramente retribuiti, che non valgono nemmeno per il punteggio. La conclusione è che la scuola in generale si basa sulla buona volontà o sul coraggio degli insegnanti, precari o di ruolo. Stop. Gli insegnanti «gentiliani», che sono stati anche i miei insegnanti e i miei modelli, sono una specie in via di estinzione.

Chi c’è al loro posto? Potrei fare qualche esempio: l’insegnante «mamma», che considera prevalente l’elemento educativo, sicuramente parte dell’insegnamento, con la certezza inossidabile che una madre sia automaticamente una brava educatrice (risposta di una collega a un mio intervento durante un consiglio di classe: «Tu queste cose non le puoi capire, perché non hai figli»); in genere provenienti da un ambito cattolico, pensano di essere le uniche depositarie dei valori. Ancora, l’insegnante «amicone»: si veste e si comporta come un adolescente anche oltre i 40 anni, i suoi voti scendono raramente sotto il sei e ama sparlare degli altri insegnanti con gli alunni; l’insegnante «psicologa» si occupa prevalentemente del disagio adolescenziale, che in qualche caso si manifesta singolarmente in modo acuto in occasione di compiti in classe e interrogazioni. Un altro caso è l’insegnante in «standby», a cui mancano pochi anni alla pensione, che ripete le stesse lezioni quasi senza cambiare una virgola, come un vecchio attore, pensando all’ambito traguardo. Poi l’insegnante «burocrate», che usa volentieri il linguaggio tecnico della scuola: se gli rivolgi una domanda con parole comuni ti guarda perplesso e non risponde. Io credo di essere nella categoria degli scettici e dei dubbiosi, che non si fanno illusioni, ma cercano alla lontana di essere «gentiliani», tollerati da alcuni colleghi come fossili viventi, persone un po’ strambe che non vogliono omologarsi, ma pensare con la loro testa. Però, se la scuola pubblica nonostante riforme improvvisate, proclami, minacce e calunnie continua a camminare, magari in modo incerto, vuol dire che ci sono ancora bravi insegnanti che amano il loro lavoro sottostimato, sottopagato, sottovalutato, in altre parole sotterraneo. Cordiali saluti.


                                                                                                       

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